Johnny Cash: il musicista in nero
L’uomo che unì la musica country della tradizione a stelle e strisce alla malinconia del blues degli ex schiavi neri. L’uomo bianco che venne soprannominato “The Man in Black”. Nella mia lunga vita di filo ho conosciuto anche lui, uno dei più grandi musicisti della storia americana: Johnny Cash.
“Everybody was wearing rhinestones, all those sparkle clothes and cowboy boots. I decided to wear a black shirt and pants and see if I could get by with it. I did and I’ve worn black clothes ever since.” Vestirsi di nero per ricordare i poveri, gli oppressi, i sofferenti: Cash fece dell’abbigliamento un modo costante per esprimere la sua sensibilità nei confronti del mondo.
Il cotone Cash si può dire che lo aveva nelle vene: fin da bambino lavorò insieme ai genitori in un piccolo appezzamento di terreno, aiutandosi nella fatica cantando brani gospel. “My mother told me to keep on singing, and that kept me working through the cotton fields. She said «God has his hand on you. You’ll be singing for the world someday.»”
E la madre di Cash aveva ragione: il suo fu un successo esplosivo e inaspettato, che tuttavia lo portò a distruggersi come altri artisti del suo tempo: a salvarlo fu l’amore, totale e definitivo, con June Carter, che diventò sua musa, custode, amica e moglie. Io, come tanti fan di Johnny Cash, non credo sia un caso che alla morte di June, nel 2003, sia susseguita nel giro di pochi mesi quella di Johnny.
Ah, I’d love to wear a rainbow every day,
And tell the world that everything’s OK,
But I’ll try to carry off a little darkness on my back,
‘Till things are brighter, I’m the Man In Black.
