George Best: the golden boy
Di lui a Belfast si dice ancora “Maradona good, Pelé better, George Best”. Se non il migliore di sempre, George Best fu davvero uno dei migliori calciatori al mondo, ammirato da tutti per potenza, tecnica e tiro. Nato nel maggio del ‘46 nella capitale dell’Irlanda del Nord, Best aveva una corporatura esile sulla quale nessuno avrebbe scommesso.
Il suo talento invece venne alla luce giovanissimo, quando venne scelto da un osservatore del Manchester United: nella sua maglietta rossa – tra i cui fili c’ero anch’io, quale onore! – folgorava pubblico e avversari, infilando un gol dopo l’altro ad ogni match. Ma la fama non venne solo grazie al football: George era un’icona nata.
Era il classico tipo con il quale le ragazze vogliono fidanzarsi e i ragazzi andare a bere una birra al pub: non poteva non piacere. Lui era capace di arrivare in aeroporto, dopo una trasferta con la squadra, accogliendo i fan con un sombrero in testa, in tempi in cui tutto questo non si era mai visto.
Una fulminante carriera, la sua, che culmina con il Pallone d’Oro nel 1968: una carriera purtroppo smorzata in fretta dall’alcol e dagli eccessi, che lo portarono ad essere più volte ricoverato in ospedale, a finire perfino in prigione, per poi morire davvero troppo giovane.
Ma è ingiusto ricordare un genio del calcio per questo. Greg Dyke, ex direttore della BBC, con cui Best aveva collaborato come commentatore sportivo per i mondiali del 1982, ha detto una volta: “Forget about the rest of his life. He was the most wonderful player. He could do things that no one else could do.”
